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«Il futuro è già passato, e non ce ne siamo neanche accorti», sentenzia l’avvocato ed ex partigiano Gianni (Vittorio Gassman), trent’anni dopo la guerra.  C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola non è invecchiato.  Senza tempo, il film –  mutatis mutandis – resta un mezzo per capire il presente.  Racconta uno ieri che assomiglia a un oggi, anche se il qui e ora è più violento e tragico. Più esasperato e nichilista.  

È la storia della crisi della politica e dell’affermarsi del disimpegno. Delle illusioni tradite e della marginalizzazione. Degli ultimi mohicani, vissuti nel giurassico e sopravvissuti, ma  destinati all’estinzione. 

È la storia di intellettuali frustrati. Di quelli che parlano di cambiamento, di grandi imprese, ma disertano le urne e non sanno che «l’impresa eccezionale, dammi retta è essere normale» (Lucio Dalla).  Che sbrodolano contro i mali della società, e stigmatizzano le raccomandazioni. Che denunciano le disuguaglianze, ma sono i primi a integrarsi se il Comune o un altro ente pubblico affida loro una consulenza. Allora si ammansiscono.  Da lupi si tramutano in agnelli, ma non è una sorpresa, una parcella pagata è assai più convincente degli ideali.  

È la storia, molto trendy, di voltagabbana e arrampicatori sociali, che passano da un partito all’altro con la disinvoltura e la velocità con la quale cambiano la camicia.

È la storia di quello che siamo diventati, fotografia di un fallimento generazionale. È l’amnesia collettiva. È la memoria ridotta a nostalgia. Non serve per capire il passato, ma per commemorarlo. Indispensabile per lo scippo di un elogio alle vestali del ricordo. 

È la storia di ideali collettivi, impolverati e ammuffiti, stipati in cantina, pronti per il prossimo sbaracco. 

È la storia della retorica che sostituisce i valori.  Della narrazione mainstream che collide con la realtà. Della stampa di regime che toglie dalle cronache foto e nomi dei non allineati al sistema e verga pistolotti didascalici sul coraggio della verità. S’illude di essere furba. È ridicola.

È la storia locale. Quella dell’ipocrisia diventata sistema, che predica l’unità del territorio, ma lo divide. È la gazzarra, lo scontro all’arma bianca e il rinvio della revisione dello statuto di Padania Acque. È lo sfregio a più di cento delibere comunali che l’avevano approvata. È il disprezzo per i consiglieri che l’avevano votata. È il solco sempre più largo e profondo tra Cremona e Cremasco.

È la contrapposizione tra il bene comune e l’interesse di bottega. Il primo soccombe e il secondo è il nuovo che avanza e quasi tutti tacciono. È la lotta per la spartizione delle poltrone. È la domanda: questo sconquasso valeva la candela?

È la storia dell’etica usata come bazooka in occasione della nomina del consiglio di amministrazione di Padania Acque in carica. Ci ha provato Luciano Pizzetti, leader Pd, ma ha fallito. È la convergenza di intenti tra lo stesso Pizzetti e Marcello Ventura, consigliere regionale, nonché coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia. Molotov politica, non ha ottenuto il risultato sperato. Ha però creato sconcerto e divisioni.  Rabbia.

È la storia del pokerista di Fabio Bertusi, politico di razza che brilla nel deserto locale.  Distribuisce le carte e quasi sempre vince.  

È la storia della presunta irregolarità nell’assegnazione dell’appalto per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti a Cremona. Iniziata dopo una sentenza del Tar per un analogo appalto a Lodi, la questione è approdata in Commissione di vigilanza del comune.  La maggioranza si è impadronita del suggerimento Adelante Pedro, con juicio di manzoniana memoria e di democristiana applicazione. Ha tirato il freno e scelto la via del calma e gesso, indicata da Pizzetti, sempre lui, a inizio anno. 

«Le considerazioni – aveva sottolineato – da qui possono essere tante, ma il punto centrale è che adesso c’è un servizio ottimo a un costo ridotto. Non vorrei che alla fine di questa vicenda si giungesse ad una conclusione in cui il servizio diventi meno buono e a un costo maggiorato» (Cremona oggi, 5 gennaio).

È la storia di questa valutazione. Ineccepibile per un commerciante, risulta inopportuna per un politico che per primo dovrebbe applicare leggi e attenersi a norme e regolamenti.  Comunque poco in sintonia con l’etica a lui tanto cara. Di certo, in linea con il machiavellico principio del fine che giustifica i mezzi. E sorge un dubbio. Pizzetti da che parte sta? Con l’etica o il fine? Probabilmente con nessuno dei due.  Forse con la realpolitik.  Salverebbe capra e cavoli. 

Più motivata a chiarire e a chiudere la vicenda, la minoranza non ha perso tempo. Compatta, ha sollecitato la definizione della questione in tempi rapidi. Ma non è stata una richiesta monocorde, un mantra noioso.  

Alessandro Portesani, Andrea Carassai, Maria Vittoria Ceraso, Matteo Carotti e Chiara Cappelletti sono intervenuti senza rinunciare al proprio stile e modo d’essere.  Unanimi nel raggiungere il medesimo obiettivo.   

Al di là delle valutazioni dei partiti e dei singoli consiglieri comunali, il punto focale è la regolarità o meno dell’appalto. Non esiste una terza possibilità.

Domanda: se la situazione fosse invertita, con il centrosinistra all’opposizione e il centrodestra in maggioranza, la storia sarebbe cambiata? Il Pd si sarebbe ancora ispirato al Manzoni oppure all’intransigenza calvinista, retaggio del passato e ancora presente nel dna dei suoi militanti.  Stigma che non è stato cancellato dalla frequentazione dei salotti borghesi, dall’auto assegnazione di una superiorità morale inesistente, dallo spritz, dal feeling con gli stakeholder.  Retaggio che non favorisce il dialogo e il confronto. Che non invoglia alla collaborazione, anche se in continuazione sollecitata.

È la storia del Consorzio.it.  Nato dalle ceneri della partecipata Scrp, chiusa perché autoreferenziale e poco efficiente, dovrebbe essere il braccio operativo dell’Area Omogenea.   All’inizio così è stato. Poi si sono invertiti i ruoli. 

La strada intrapresa per redigere un piano strategico per armonizzare le scelte urbanistiche e operative dei Comuni cremaschi lo testimonia. Calato dall’alto da Consorzio.it, il progetto ha creato qualche malumore. Poi è stato approvato in assemblea dove gli stessi membri della giunta dell’Area omogenea hanno appreso il costo dell’operazione. Tutto è bene ciò che finisce bene, ma è necessario ritornare all’assunto di partenza: Area Omogenea organismo politico e Consorzio.it braccio operativo. Insistere nel mischiare i ruoli sarebbe deleterio per quel piccolo gioiello politico-amministrativo che è l’Area omogenea cremasca.  I cocktail non funzionano in politica, con buona pace di quei tecnici che credono d’essere gli Elon Musk del territorio. 

Il futuro non si costruisce con schemi del passato, con comandanti di lungo corso, con la cancellazione della memoria storica.  Con uomini soli al comando, con l’umiliazione dei Consigli comunali, con il gioco delle tre carte, con schemi già tumulati. Il futuro si costruisce con la determinazione e il vigore di continuare nonostante le difficoltà e le incomprensioni. È tempo di cambiare rotta. Cosa significa? Lo ha spiegato, pochi giorni fa al World Economic Forum Davos, il premier canadese Mark Carney con una citazione di Tucidide: i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono. Vale per il mondo. Ma anche per il nostro territorio. In caso contrario il futuro passerà.  E non ce ne accorgeremo.

 

Antonio Grassi

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